Mucchio di Stronzate pt. 2


Flussi, pt. 2

Dopo diverso tempo, mi sono ritrovato ad ascoltare i Mashrou' Leila. Grandissima band. Sta iniziando, proprio in questo momento, l'ultimo pezzo: Marrikh. Ne ignoro il significato, ma per il semplice fatto che non riesco a trovare una traduzione.
Cosa c'entra questo con quello di cui voglio parlare? Nulla. Esattamente nulla.
In quest'ultima mezz'ora circa, mi sono ritrovato a pensare a quanto alla gente, non importi nulla degli altri, in certi casi. Dico incerti casi, perché a volte qualcuno si preoccupa per gli altri. Io sono uno di quelli, prendo a cuore le cause di ognuno. Questa cosa si è smorzata un po' in questo ultimo periodo, ma per il semplice fatto che non mi ritorna mai nulla. Oltre a quello, ho un gran bisogno di pensare a me stesso, anche se non ci riesco. Sto lasciando tutto al fato. Sto sbagliando di grosso, me ne rendo conto, ma in questo momento mi sembra di essere un suono disperso, un suono disperso nell'aria, che nessuno riesce ad udire... o meglio, nessuno vuole udire.
Provo ad urlare, ma nessuno mi sente. Sono la voce del silenzio.
Sono la voce rotta in pianto di un bambino.
Perché chiedo aiuto? E' così necessario avere qualcuno? Necessario no, ma la presenza di qualcuno o qualcosa, potrebbe aiutare in un qualsiasi modo. La persona ti dà i consigli, l'oggetto, la roba, come diceva Giovanni Verga, diventa parte di te, la assorbi e te la porti nelle ossa e sulla pelle tatuata da cicatrici.
Nel frattempo ho messo Michael Kiwanuka, ed ora c'è “Black Man In A White World”, un pezzo meraviglioso.
Già feci dei ragionamenti su questa canzone, ma privatamente, in una chat di WhatsApp.
Mi paragonai ad un “uomo nero in un mondo bianco”, per il fatto di come io non mi ritrovi nelle persone, nella società di oggi. Mi sento davvero estraniato, la classica pecora nera, insomma.
Trovare altre pecore nere è complicato, ma potrebbe arrivare il momento in cui queste pecore formino un gregge, una nuova società. Altra divisione. Razzismo.
Solitudine. Una parola che coinvolge tutti noi, ma è così negativa? Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, in un pezzo di Dutch Nazari, disse: “La solitudine è solo un punto di vista: a volte una condanna, a volte una conquista”.
Non è forse la verità? A volte abbiamo la necessità di passare del tempo con noi stessi, ma molte volte non ce lo permettiamo, stiamo a chattare sui social, non ci dedichiamo mai alla lettura, all'ascolto di un disco. Per fortuna non è un discorso che comprende tutti, a dir la verità, non comprende nemmeno me. Però, in conclusione, quello che voglio dire, è che a volte la solitudine è una gran bella cosa. In altri casi, non lo è di certo. Spesso mi è capitato di essere escluso. A dirla tutta, ancora ora capita. Capiterà ancora.
La mia domanda però è: i ragazzi popolari, come poteva essere alle superiori, hanno mai sofferto la solitudine? Sono mai stati esclusi? Credo che possa essere così, ma solo in risposta alla seconda domanda. Molti di loro, parer mio, non hanno mai sofferto la solitudine.
Dunque, in questo caso, è giusto stare male a causa dell'esclusione?
Non sono mai in grado di rispondere a queste domande, credo che una risposta non la troverò mai. Ma la voglio trovare?
Io credo che sì, si possa cambiare, ma è giusto spingersi ad essere ciò che non si vuole essere?
Qui, una piccola opinione ce l'ho, ma è comunque molto confusa. Io credo che sia sbagliato obbligarsi a cambiare; ma se per caso ci si è ritrovati a voler diventare qualcuno, per poi essere diventati, però, qualcun altro, dobbiamo fregarcene? Oppure dobbiamo fare di tutto per diventare ciò che volevamo.
Con questo discorso, si sottintenda che si stia parlando di personalità.
Si può avere un grande esercito, ma l'esercito è composto dal singolo. Ognuno vuole vincere la guerra, la vittoria è di ognuno, del singolo. Noi siamo la guerra, non siamo la vittoria.

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